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mercoledì 22 febbraio 2023
Ecco il fondamento per nuovi studi sul PETR.ARCA
Ora non ho tempo, cari lettori, di dilungarmi su tutti i dettagli... provate voi stessi - soprattutto dantisti e petrarchisti professionisti - a fare qualche associazione di idee a partire dalle curve del chiarissimo grafico che ho qui pubblicato.
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1335-36,
180°,
Dante 'petroso',
diapheromenon,
Kehre,
Petrarca,
Petrarca 'petroso'
mercoledì 24 settembre 2014
Petrarch's 1365 STRANGE PHOENIX was 'actually' a UNICORN (i.e. a single J-S conjunction)
I saw a strange phoenix, both its wings
clothed in crimson, and its head with gold,
solitary and alone in the wood,
I first thought its form heavenly and immortal
to the sight, till it reached the uprooted laurel,
and the fountain that the earth had swallowed:
all things fly towards their end:
seeing the leaves scattered on the ground,
and the broken trunk, and that dry spring,
it turned its beak on itself,
almost disdainfully, and in a moment vanished:
so that my heart burns with pity and love.
[Translation of the 5th vision in Petrarchan sonnet n. 323 (from site: www.poetryin translation.com)]
domenica 21 settembre 2014
PETRARCA, la FENICE del 1345 e la "STRANIA FENICE" del 1365
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| Francesco Petrarca (1304 - 1374) |
Vi arrivò all'età di otto anni nel 1312, quando il padre - notaio aretino - decise di spostarsi ad Avignone, allora sede papale, per sottrarsi agli scontri tra i guelfi ed i ghibellini della sua città. Dal 1316 al 1320 studiò diritto civile all'Università di Montpellier, tornò ancora in Provenza nel 1321 e 1324 mentr'era studente di giurisprudenza a Bologna e poi ancora nel 1326-1327, anno quest'ultimo in cui sembra incontrasse Laura, quella che sarebbe stata per sempre la sua musa ispiratrice.
Dopo vari giri per l'Europa, sollecitato dal suo amico Philippe de Cabassol, vescovo di Cavaillon, il Petrarca si recò nuovamente in Provenza, acquistò una casa a Fontaine-de-Vaucluse (un piccolo paese situato presso le ricche sorgenti de La Sorgue, affluente del Rodano ad Avignone) e qui visse - quasi ininterrottamente - dal 1337 al 1353. Fu qui, ascoltando le "chiare, fresche e dolci acque .." della Sorgue, fu in questo quindicennio che Petrarca compose alcune delle sue opere maggiori e molti dei sonetti e canzoni del suo Canzoniere.
Ad attirare verso Francesco me, che non ho una conoscenza approfondita di lui ma che sono convinto di aver fatto una vera e propria scoperta decifrando la fenice come immagine allegorica delle congiunzioni Giove-Saturno multiple, cioè triple e doppie, è l'esser venuto a conoscenza del fatto che Petrarca ha scritto numerosi sonetti e canzoni in cui parla direttamente (qualche volta indirettamente ma chiaramente) del mitico animale.
Diversamente da Dante che, pur avendo assistito a cavallo degli anni 1305-1306 ad una delle più precise congiunzioni Giove-Saturno triple di tutti i tempi, parla/scrive poco della fenice (tanto poco da meritare i rimproveri di Cino da Pistoia, perchè contemplando Beatrice in Paradiso non aveva riconosciuto "l'unica fenice, che con Sion congiunse l'Appennino"), diversamente da Dante - dicevo - il Petrarca sembra compiaciuto di parlarne e scriverne molto, al punto che la figura di Laura e quella del mitico uccello a volte proprio coincidono.
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| La congiunzione Giove-Saturno del 1345 al confine Capricorno-Acquario |
Mentre i sonetti CCX, CCCXX e CCCXXI vanno collocati probabilmente nell'arco temporale tra questa congiunzione G-S e quella di vent'anni dopo, la "canzone delle visioni" CCCXXIII va collocato senz'altro all'epoca dell'ultima congiunzione G-S che il Petrarca, ormai vecchio, ebbe modo di vedere: quella dell'ottobre 1365 nella costellazione della Bilancia, singola e definita perciò da lui "una strania fenice". Ma ecco i versi della V visione della cosiddetta "canzone delle visioni", il sonetto CCCXXIII:
Una strania fenice, ambedue l' ale
di porpora vestita e 'l capo d' oro,
vedendo per la selva, altera e sola,
veder forma celeste ed immortale
prima pensai, fin ch' a lo svelto alloro
giunse ed al fonte che la terra invola.
Ogni cosa alfin vola:
ché, mirando le frondi a terra sparse
e 'l troncon rotto e quel vivo umor secco,
volse in sé stessa il becco
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| La congiunzione Giove-Saturno singola di fine ottobre 1365 nella costellazione della Bilancia |
onde 'l cor di pietate e d' amor m' arse.
Il Petrarca dice qui chiaramente che "veder forma celeste ed immortale prima pensai", che si trattasse cioè di una durevole congiunzione G-S tripla, e di avere invece poi visto che essa si concludeva - spariva/finiva - rapidamente: non vi è infatti alcun cenno di 'resurrezione' di questa "strania fenice". E' questo un modo poetico, secondo me, di descrivere la veloce congiunzione Giove-Saturno singola del 1365, che - proprio perchè tale - Petrarca avrebbe dovuto assimilare ad un perfetto unicorno più che ad una "strania fenice".
Ma lui forse non aveva letto Ildegarda di Bingen.. e gli arazzi del '500 sull'unicorno erano ancora là da venire: il mito dell'unicorno come allegoria delle congiunzioni G-S singole, sebbene antico, era meno presente nel medioevo di quello della fenice figura Christi: fu così che Petrarca parlo' per la congiunzione del 1365 di una "strania fenice", che muore e non risorge.
lunedì 1 settembre 2014
PETRARCA's PHOENIX (1345)
Questa fenice, de l'aurata piuma
al suo bel collo, candido, gentile,
forma senz' arte un sì caro monile,
ch' ogni cor addolcisce e il mio consuma:
forma un diadema natural ch' alluma
l' aere dintorno, e 'l tacito focile
d'Amor tragge indi un liquido sottile
foco che m' arde a la più algente bruma.
Purpurea vesta, d' un ceruleo lembo
sparso di rose i belli omeri vela:
novo abito e bellezza unica e sola.
Fama ne l' odorato e ricco grembo
d' arabi monti lei ripone e cela,
che per lo nostro ciel sì altera vola.
[Francesco Petrarca, Rime/Canzoniere, n. CLXXXV-185, Fabri ed., Milano 2006]
al suo bel collo, candido, gentile,
forma senz' arte un sì caro monile,
ch' ogni cor addolcisce e il mio consuma:
forma un diadema natural ch' alluma
l' aere dintorno, e 'l tacito focile
d'Amor tragge indi un liquido sottile
foco che m' arde a la più algente bruma.
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| La congiunzione Giove-Saturno che ebbe luogo nel 1345, al confine tra le costellazioni del Capricorno e dell'Acquario |
Purpurea vesta, d' un ceruleo lembo
sparso di rose i belli omeri vela:
novo abito e bellezza unica e sola.
Fama ne l' odorato e ricco grembo
d' arabi monti lei ripone e cela,
che per lo nostro ciel sì altera vola.
[Francesco Petrarca, Rime/Canzoniere, n. CLXXXV-185, Fabri ed., Milano 2006]
venerdì 19 giugno 2009
Dante e la fenice (Dante and the phoenix)
Ai più attenti, tra i frequentatori abituali di questo blog, non sarà sfuggito il fatto che una delle più regolari congiunzioni Giove-Saturno triple, quelle che nel secondo dei tre momenti 'estatici' comportano un perfetto allineamento Saturno-Giove-Terra-Sole, si verificò a cavallo degli anni 1305-1306, cioè al tempo di Dante. Precisamente - aggiungo ora - si verificò alle date 25 dicembre (Natale) 1305 e 5 aprile e 28 luglio 1306.
E' questo proprio il periodo in cui la critica letteraria colloca l'interruzione del Convivio e l'inizio della stesura dell' Inferno, la prima delle tre cantiche che costituiscono la Comedia, il capolavoro dantesco. Ricordate?
"Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
che la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual'era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinnova la paura!"
(Inf I, 1-6)
Il 1306-7 è anche il periodo in cui Dante, 41-42 anni, lasciata Treviso di Gherardo da Camino (e Padova e Venezia), si sposta in Lunigiana e in Casentino, verso le appenniniche sorgenti dell'Arno. E scrive:
"Così m'hai concio, Amore, in mezzo l'alpi,
ne la valle del fiume
lungo il qual sempre sopra me se' forte:
qui vivo e morto, come vuoi, mi palpi,
merzé del fiero lume
che sfolgorando fa via a la morte.
Lasso! non donne qui, non genti accorte
veggio, a cui mi lamenti del mio male ..."
(CXVI-canzone 'montanina', 61sgg)
Come si legge, è ormai completamente preso, intrigato, catturato dal fiero lume (cioè, mia interpretazione, dalla congiunzione Giove-Saturno), dalle sue caratteristiche e dalla sua storia.
Bene. Tutto ciò premesso, quel che trovo ancora strano in Dante (anche se ho già una risposta alla domanda che mi pongo, ma per ora non ve la dico, anche se è facile intuirla) è come mai lui - che evidentemente sapeva bene dell'uso allegorico del mitico uccello come simbolo di resurrezione - parli poi della fenice nella bolgia dei ladri, quando descrive la 'morte' e 'resurrezione' dell'anima del pistoiese Vanni Fucci, famoso a quel tempo per aver rubato il tesoro del duomo di Pistoia:
"Ed ecco a un ch'era da nostra proda,
s'avventò un serpente che 'l trafisse
là dove 'l collo a le spalle s'annoda.
Né o tosto mai né i si scrisse,
com'el s'accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando divenisse;
e poi che fu a terra sì distrutto,
la polver si raccolse per sé stessa,
e 'n quel medesmo ritornò di butto:
così per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa:
erba né biado in sua vita non pasce,
ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,
e nardo e mirra son l'ultime fasce.
..." (Inf XXIV, 97-111)
Sperando d'aver dato ai dantisti che mi leggono qualche elemento di riflessione in più ed essendo del resto già passata da un po' la mezzanotte, chiudo qui questo primo post su Dante, augurando a tutti una buona notte! Di Beatrice parleremo un'altra volta .. magari insieme alla Laura del Petrarca!
E' questo proprio il periodo in cui la critica letteraria colloca l'interruzione del Convivio e l'inizio della stesura dell' Inferno, la prima delle tre cantiche che costituiscono la Comedia, il capolavoro dantesco. Ricordate?
"Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
che la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual'era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinnova la paura!"
(Inf I, 1-6)
Il 1306-7 è anche il periodo in cui Dante, 41-42 anni, lasciata Treviso di Gherardo da Camino (e Padova e Venezia), si sposta in Lunigiana e in Casentino, verso le appenniniche sorgenti dell'Arno. E scrive:
"Così m'hai concio, Amore, in mezzo l'alpi,
ne la valle del fiume
lungo il qual sempre sopra me se' forte:
qui vivo e morto, come vuoi, mi palpi,
merzé del fiero lume
che sfolgorando fa via a la morte.
Lasso! non donne qui, non genti accorte
veggio, a cui mi lamenti del mio male ..."
(CXVI-canzone 'montanina', 61sgg)
Come si legge, è ormai completamente preso, intrigato, catturato dal fiero lume (cioè, mia interpretazione, dalla congiunzione Giove-Saturno), dalle sue caratteristiche e dalla sua storia.
Bene. Tutto ciò premesso, quel che trovo ancora strano in Dante (anche se ho già una risposta alla domanda che mi pongo, ma per ora non ve la dico, anche se è facile intuirla) è come mai lui - che evidentemente sapeva bene dell'uso allegorico del mitico uccello come simbolo di resurrezione - parli poi della fenice nella bolgia dei ladri, quando descrive la 'morte' e 'resurrezione' dell'anima del pistoiese Vanni Fucci, famoso a quel tempo per aver rubato il tesoro del duomo di Pistoia:
"Ed ecco a un ch'era da nostra proda,
s'avventò un serpente che 'l trafisse
là dove 'l collo a le spalle s'annoda.
Né o tosto mai né i si scrisse,
com'el s'accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando divenisse;
e poi che fu a terra sì distrutto,
la polver si raccolse per sé stessa,
e 'n quel medesmo ritornò di butto:
così per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa:
erba né biado in sua vita non pasce,
ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,
e nardo e mirra son l'ultime fasce.
..." (Inf XXIV, 97-111)
Sperando d'aver dato ai dantisti che mi leggono qualche elemento di riflessione in più ed essendo del resto già passata da un po' la mezzanotte, chiudo qui questo primo post su Dante, augurando a tutti una buona notte! Di Beatrice parleremo un'altra volta .. magari insieme alla Laura del Petrarca!
giovedì 28 maggio 2009
Fenice, unicorno e probabilità
Come abbiamo visto in uno dei post precedenti la condizione fisica, astronomica, affinchè si abbia una congiunzione Giove-Saturno multipla (cioè tripla, doppia o pseudodoppia) è che al momento della congiunzione GS eliocentrica la Terra si trovi sull'asse Sole-Giove-Saturno o comunque non se ne discosti per più o meno, cioè in un senso o nell'altro, di circa 30° ovvero si trovi su un arco di circa 60° a cavallo dell'asse centrale. Ciò significa che la probabilità che una qualunque congiunzione GS sia di tipo fenice è solo di circa
p = 60°/360° = 1/6 = 16.7 %
Poichè se la congiunzione GS non è multipla allora è singola, ovvero .. se non è fenice allora è unicorno, la probabilità della congiunzione GS singola è quella complementare a quella del caso precedente, e dunque risulterà
q = 1 - p = 5/6 = 83.3 %
cioè molto maggiore (cinque volte maggiore) della precedente.
Ammettendo ora, tenuto anche conto della dinamica del fenomeno, che la comparsa dell'un tipo di congiunzione o dell'altro - a distanza temporale media di 19 anni e 314 giorni - sia un evento completamente casuale (prima approssimazione) con le probabilità di cui sopra, la probabilità che si possano avere due congiunzioni GS successive di tipo fenice risulta pari a
P = 1 / 36 = 2.8 %
cioè un valore molto basso, indice del fatto che detto evento non si osserva praticamente mai (da cui la designazione della fenice come unica avis, rara avis, ...). Come dice il Petrarca (CCX, 4): "né 'n ciel né 'n terra, è più d'una fenice".
Viceversa, nelle stesse ipotesi, la probabilità che due o anche più congiunzioni GS successive siano semplici è piuttosto elevata e decresce abbastanza lentamente all'aumentare del numero di ... unicorni considerati:
P (2 unicorni) = (5/6)^2 = 69.4 %
p (3 " " ) = (5/6)^3 = 57.9 %
P (4 " " ) = (5/6)^4 = 48.2 %
... ...

Questo è il motivo per cui le illustrazioni dei Triumphi del Petrarca e le rappresentazioni iconografiche dei cosiddetti trionfi della Castità (che iniziarono a comparire dal 1464 in poi, ad es. quello dipinto da F. Martini) prevedevano sempre due o anche più unicorni aggiogati al carro della Castità.
Ove si vede che la nuova ermeneutica (che provvisoriamente possiamo chiamare l' ermeneutica di Giuseppe) trova applicazioni anche nella storia dell'arte, oltre che in letteratura, filosofia, storia, religione, ... ...
p = 60°/360° = 1/6 = 16.7 %
Poichè se la congiunzione GS non è multipla allora è singola, ovvero .. se non è fenice allora è unicorno, la probabilità della congiunzione GS singola è quella complementare a quella del caso precedente, e dunque risulterà
q = 1 - p = 5/6 = 83.3 %
cioè molto maggiore (cinque volte maggiore) della precedente.
Ammettendo ora, tenuto anche conto della dinamica del fenomeno, che la comparsa dell'un tipo di congiunzione o dell'altro - a distanza temporale media di 19 anni e 314 giorni - sia un evento completamente casuale (prima approssimazione) con le probabilità di cui sopra, la probabilità che si possano avere due congiunzioni GS successive di tipo fenice risulta pari a
P = 1 / 36 = 2.8 %
cioè un valore molto basso, indice del fatto che detto evento non si osserva praticamente mai (da cui la designazione della fenice come unica avis, rara avis, ...). Come dice il Petrarca (CCX, 4): "né 'n ciel né 'n terra, è più d'una fenice".
Viceversa, nelle stesse ipotesi, la probabilità che due o anche più congiunzioni GS successive siano semplici è piuttosto elevata e decresce abbastanza lentamente all'aumentare del numero di ... unicorni considerati:
P (2 unicorni) = (5/6)^2 = 69.4 %
p (3 " " ) = (5/6)^3 = 57.9 %
P (4 " " ) = (5/6)^4 = 48.2 %
... ...

Questo è il motivo per cui le illustrazioni dei Triumphi del Petrarca e le rappresentazioni iconografiche dei cosiddetti trionfi della Castità (che iniziarono a comparire dal 1464 in poi, ad es. quello dipinto da F. Martini) prevedevano sempre due o anche più unicorni aggiogati al carro della Castità.
Ove si vede che la nuova ermeneutica (che provvisoriamente possiamo chiamare l' ermeneutica di Giuseppe) trova applicazioni anche nella storia dell'arte, oltre che in letteratura, filosofia, storia, religione, ... ...
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